Non scrivere dermatite, sta male. Questo linguaggio non ti si addice, togli le parolacce. Si sa che la gente dà buoni consigli…

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…sentendosi come Gesù nel tempio.

Lo scrive e lo canta il grande Faber in Bocca di Rosa.

Non conto più la mole di consigli che ho ricevuto in questi anni, quasi tutti interessanti. Mi piace quando mi danno consigli, perché sono una libera professionista: io sono il dipendente, il capo, il titolare, lo stagista, il quadro, la tutor, il controllo qualità, l’amministrazione, la contabilità, il commerciale, il settore produttivo, la logistica, il marketing, la pubblicità, la grafica (pessima, chiedo venia), le spedizioni, ecc. E’ bello per me stringere collaborazioni coi miei colleghi, perché il confronto di idee stimola la creatività e spesso quando due menti collaborano ne risultano poi cose bellissime.

Mi piace tanto, tantissimo, anche quando a darmi consigli sono i miei stessi clienti: loro mi conoscono e mi SCELGONO come professionista e mi risparmiano, coi loro suggerimenti, le ricerche di mercato.

C’è il mio consigliere di fiducia, Marco, che viene da me interpellato come Odisseo con Tiresia, e che, se fosse uno scrittore, avrebbe già vinto il premio Wondy.

Poi ci sono i consigli di chi vuole assolutamente avere una parte in questa mia avventura, e senza soffermarsi a riflettere su chi io sia, spara a zero. Vanno bene anche questi, anzi sono proprio questi che mi hanno dato lo spunto per scrivere questo post (sto cercando di concorrere con il mio Tiresia per l’immaginario premio Wondy).

Ricordate l’articolo Anche io vorrei regalare un’escursione! in cui accenno, ironicamente, alla mia dermatite? Mi è stato suggerito da due persone a me molto molto molto (tre numero perfetto, mi fermo qui) vicine di non accennare alla dermatite e togliere ogni riferimento negativo alla mia immagine perché – cito quasi testualmente – “al mondo d’oggi l’immagine è tutto” “la dermatite viene associata a qualcosa di negativo” “non trasmetti una buona sensazione”, ecc.

Ok.

Io però la dermatite ce l’ho.

Cioè. Non avevo cattive intenzioni. Non ho causato danni a nessuno. Ho solo detto la verità, sulla mia pelle.

Io sono un po’ confusa. I razzisti e gli xenofobi possono dire peste e corna sulla pelle degli altri, o a partire dalla pelle degli altri, ma suona male se io accenno alla mia dermatite?

Se queste sono le regole del marketing, se è così che funziona la nostra società…io me ne frego. Non mi piace se funziona così, e allora faccio diversamente.

Quando sento discorsi razzisti provo disgusto per chi li pronuncia.

Quando sento una persona ricorrere al turpiloquio perché non conosce l’alternativa nella lingua corrente mi vergogno per quella persona (perché ormai i mezzi per accedere gratuitamente a un libro e farsi un vocabolario base li abbiamo tutti).

Quando invece io sono me stessa non mi vergogno. Perché io non ho bisogno di apparire perfetta, non ho bisogno di prendere in giro nessuno.

Questa società, imbevuta di ideali di impeccabilità, ha bisogno di un bello scrollone per ricominciare a ricercare non la perfezione, ma la felicità.

Io non sono finta, MAI, e chi mi conosce davvero, chi viene con me in escursione ogni settimana lo sa bene. I bambini e i ragazzi con cui lavoro lo sanno, lo sentono.

La caratteristica che più mi piace di me è la spontaneità. Mi piace ricorrere al turpiloquio e dire parolacce, mi piace essere sconveniente e irriverente. Mi piace non dover nascondere i miei difetti, anche quando si tratta di immagine, di dermatite.

Parliamo di dermatite.

Ho trascorso la primavera e l’estate lontano da Pavia e Milano, immersa nel verde delle colline e delle montagne. Quando a settembre sono rientrata a Pavia e ho ricominciato a viverla quasi quotidianamente (sia lodato il quasi, non perché non mi piaccia Pavia, ma perché nulla batte le mie escursioni in montagna) il mio corpo ha subito un forte stress psicofisico: la confusione, la maleducazione, l’andar di fretta, il traffico, l’inquinamento dell’aria. L’inquinamento dell’aria. L’inquinamento dell’aria. Pavia è sul podio per l’aria peggiore d’Italia. L’aria di Pavia puzza e se trascorri cinque mesi in collina e in montagna, quando torni il tuo corpo accusa lo sbalzo.

Me l’ha spiegato la dermatologa da cui sono andata: acne tardiva e dermatite da stress psicofisico. Non per l’alimentazione, non per le allergie. Per lo stress psicofisico.

Di cosa dovrei vergognarmi? Di tollerare poco la città? Di avere una pelle sensibile e reattiva?

Ho la dermatite e la sto curando, e ve la mostro, tutte le volte che mi pare, perché nessuno di noi è perfetto ma tanti di noi si dannano per non esserlo. E allora eccomi, io, a dirvi che sì c’è chi ha difetti e li accetta.

Il fatto che finora abbiamo vissuto in una società che predica la perfezione non significa che noi ci dobbiamo adeguare e conformare. Se gli standard vi fanno sentire a disagio, cambiateli.

Quando partecipate alle mie attività non siete in presenza di una persona impeccabile che mira alla perfezione, ma di una professionista spontanea che mira alla felicità quotidiana e io in voi non cerco mai la perfezione, cerco voi e il sorriso che vi nasce negli occhi quando leggete le mie cazzate e ascoltate le pirlate che mi escono dopo il carsismo e prima delle abitudini del tasso.

Quindi sì, ho la dermatite e la sto curando, passerà.

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